Perché ciò che accade nel Sud sembra pesare di meno nel racconto mediatico
Il ciclone Harry, che negli ultimi giorni ha colpito ampie zone della Sicilia, della Calabria e della Sardegna causando danni rilevanti a infrastrutture, attività economiche e territori costieri, è stato riportato dai mezzi di informazione nazionali. Tuttavia, l’osservazione della copertura complessiva, per durata, continuità e centralità nell’agenda dei principali telegiornali, mostra un dato difficile da ignorare: l’evento non ha occupato uno spazio proporzionato alla sua portata.
Non si tratta di sostenere che i media abbiano nascosto o falsificato i fatti, il problema è più sottile e, proprio per questo, più rilevante in quanto riguarda i criteri con cui le notizie vengono selezionate, gerarchizzate e mantenute nel tempo.
In altre parole, riguarda l’esistenza di bias geografici strutturali nel sistema dell’informazione italiana.
Nella teoria della comunicazione questo fenomeno è noto come agenda setting, i media non dicono solo ai cittadini cosa pensare, ma soprattutto su cosa pensare.
In pratica, la quantità di spazio, la posizione in scaletta, la ripetizione nel tempo trasformano un fatto in un “tema nazionale” oppure lo confinano a evento marginale. Quando questa dinamica si applica in modo sistematicamente diverso a seconda dei territori colpiti, non siamo più di fronte a una semplice scelta editoriale, ma a una distorsione che incide sulla qualità democratica dell’informazione e ciò diventa un problema che riguarda il diritto dei cittadini a un’informazione equilibrata.
Uno dei fattori principali è sicuramente la centralità economica. Le aree considerate strategiche per l’industria, la logistica e l’export vengono implicitamente associate all’ “interesse generale del Paese” e quindi una crisi che le colpisce assume immediatamente un valore nazionale. Il Mezzogiorno, al contrario, viene spesso rappresentato come periferia economica, importantissima sul piano sociale e culturale, ma meno determinante sul piano sistemico ed economico del nostro Paese. Ne deriva una gerarchia implicita delle emergenze, in cui la gravità di un evento non è valutata solo in base ai danni subiti dalle popolazioni, ma anche in base alla collocazione geografica di quei danni. Per intenderci, l’alluvione che qualche anno fa devasto i territori dell’Emilia Romagna fu la notizia di apertura di tutti i telegiornali dell’epoca. Dirette, programmi di approfondimento, tennero l’attenzione su ciò che accadeva in quei territori per intere settimane. L’Emilia-Romagna è però uno dei principali poli industriali e agricoli d’Italia ed è fortemente integrata nelle filiere nazionali ed europee quindi quando lì c’è un disastro, i media ciò viene letto subito come “problema nazionale per l’economia”. A questo si aggiunge un altro elemento concreto, la geografia delle redazioni. La quasi totalità dei centri decisionali dell’informazione, direzioni, grandi studi televisivi, è concentrata tra Roma e il Nord Italia dove esistono redazioni strutturate, inviati stabili e reti di contatti consolidate, la copertura è più rapida, più ricca di dettagli, più continua. Dove queste strutture sono ridotte, la narrazione dipende maggiormente dalle agenzie e da servizi brevi, con minore possibilità di approfondimento. Non è necessariamente una scelta ideologica, ma è una conseguenza organizzativa che produce effetti editoriali molto concreti. Vi è poi un terzo elemento, meno visibile ma altrettanto potente, il criterio emotivo.
L’informazione televisiva, in particolare, privilegia eventi che possono essere raccontati attraverso storie individuali, immagini forti, lutti riconoscibili. Le calamità che producono soprattutto distruzione materiale, perdite economiche, degrado ambientale e compromissione di servizi essenziali, ma, fortunatamente, poche vittime dirette, faticano a mantenere una posizione centrale nel flusso delle notizie. Il danno strutturale, quello che pesa per anni sulla qualità della vita e sulle opportunità di sviluppo di un territorio, è meno “telegenico” e quindi meno persistente nel racconto mediatico.
Su questo terreno si innesta un ulteriore meccanismo, la normalizzazione del disagio nel racconto del Sud.
Da decenni il Mezzogiorno viene associato, nel discorso pubblico, a fragilità croniche, inefficienze amministrative, emergenze ricorrenti e questa rappresentazione sedimentata produce un effetto paradossale, l’evento straordinario viene percepito come ordinario.
Ciò che altrove appare come una rottura drammatica della normalità, qui viene letto come l’ennesimo episodio di una crisi permanente e di conseguenza l’emergenza perde la sua capacità di imporsi come fatto eccezionale, degno di attenzione prioritaria e prolungata.
Le conseguenze non sono solo simboliche, numerosi studi di comunicazione politica mostrano che la visibilità mediatica influenza direttamente l’agenda istituzionale. Ciò che occupa stabilmente le prime pagine e le aperture dei telegiornali tende a diventare oggetto di interventi urgenti, stanziamenti straordinari, dibattito parlamentare. Ciò che resta ai margini, invece, fatica a trasformarsi in priorità politica, e in questo senso, la disuguaglianza informativa si traduce facilmente in disuguaglianza di trattamento.
Per queste ragioni, a nostro parere, il tema riguarda in modo diretto il servizio pubblico radiotelevisivo che, per mandato, non è solo un operatore dell’informazione tra gli altri ma è tenuto a garantire pluralismo, rappresentazione equilibrata del territorio nazionale e pari dignità alle diverse comunità del Paese. I bias geografici, anche quando non intenzionali, entrano in tensione con questo compito e quindi, come associazione che tutela i diritti degli utenti dei servizi radiotelevisivi, riteniamo necessario avviare una riflessione pubblica fondata su dati verificabili, anche attraverso la presentazione di un esposto formale alla RAI e all’AGCOM volto a monitorare in modo sistematico i tempi di copertura, la posizione nelle scalette dei telegiornali e la durata complessiva dell’attenzione dedicata alle emergenze nelle diverse aree del Paese.
Rendere trasparenti questi elementi non serve a individuare colpe, ma a migliorare la qualità del servizio offerto ai cittadini.
Un Paese è davvero unito anche dal modo in cui racconta le proprie crisi.
Quando alcune emergenze ricevono sistematicamente meno spazio, esse pesano meno nella coscienza collettiva e quando pesano meno nella coscienza collettiva, pesano meno anche nelle decisioni pubbliche.
La disuguaglianza informativa diventa così una forma silenziosa di disuguaglianza civile.
Associazione utenti dei servizi radiotelevisivi